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Paolo Chiarloni scarica immagini da internet. Da queste‚ ma anche da immagini viste alla televisione o su riviste e quotidiani‚ parte per inventare minimi racconti i cui protagonisti sono normalissimi uomini‚ donne‚ bambini‚ ma anche figure meno domestiche come ad esempio −ci si riferisce alla presente mostra− una donna irachena‚ alcune donne africane‚ un lottatore di sumo e addirittura personaggi noti come Madre Teresa di Calcutta e l’afgano Massud‚ o prelevati da film come il Palla di Lardo di Full Metal Jacket. L’invenzione di Paolo comincia qui‚ dai vari soggetti che‚ a volte accostati paratatticamente‚ più spesso vengono messi in relazione fra di loro. Sebbene in relazione assolutamente arbitraria. Paolo cioè combina −ma a volte lascia fare al caso− figure e oggetti in modo paradossale‚ estremo‚ con esiti spesso grotteschi.

Eppure queste micronarrazioni un senso ce l’hanno‚ che si sprigiona nella veloce e energica sintesi che tiene insieme le immagini creando fulminei cortocircuiti. Ciò che soprattutto colpisce‚ nella pittura di Chiarloni‚ è la radicalità della critica nei confronti di un mondo sentito come assurdo. Nulla −o poco− a che vedere con problematiche esistenziali. Il mondo a cui si riferisce Paolo è il mondo di oggi‚ il mondo globalizzato in cui si scambiano merci‚ ma ancor più sfruttamento e ingiustizia‚ che l’artista sferza con ironia. O sbeffeggia‚ a volte persino con allegria...

Ma che cos’altro è cambiato in questi ultimi anni‚ oltre alla prospettiva concettuale‚ nel modo di far arte del giovane artista torinese? Sono stati anni intensi: anni di riflessione e di fatica dura e solitaria passati a immagazzinare‚ assimilare‚ rielaborare immagini per inventare un nuovo vocabolario. Potremmo dire che‚ nel tempo‚ Paolo ha ripulito lo spazio −anzi‚ lo ha annullato appiattendo tutto sul piano di sfondo− e ha semplificato al massimo la composizione‚ mentre le immagini sono diventate più compatte all’interno di un contorno che le chiude e definisce: Alcuni aspetti originari della sua pittura tuttavia sono rimasti. Come quello della deformazione‚ che l’artista anzi ha sviluppato sempre di più intervenendo sulla singola figura con una materia spessa e un colore acceso (una materia e un colore sensibili agli echi della Transavanguardia)‚ ma anche con altri strumenti‚ ad esempio modificando le dimensioni e i rapporti delle figure fra di loro‚ oppure sforbiciando con gusto dissacrante e ribelle‚ o‚ ancora‚ procedendo con innesti impropri‚ arrivando alla fine a costruire un piccolo girone infernale di mostri...

Come collocare l’artista all’interno del variegato panorama dell’arte di oggi? Volendo‚ credo si possa azzardare un qualche rapporto con Basquiat‚ ma anche‚ andando a ritroso‚ con Grosz...Ancora: proprio la deformazione‚ nei modi più svariati‚ della figura umana‚ che è poi il tratto più marcato del suo modo di fare‚ suggerisce la possibilità di collocare la produzione dell’artista torinese all’interno della categoria della “mostruosità” di cui parla Ubaldo Fadini che l’ha individuata come filone che ha radici lontane‚ ma ben presente nell’arte contemporanea.

Anna Minola

Paolo Chiarloni‚ l’antologia dell’immaginazione

Un po’ sogno e un po’ realtà‚ immagini giocose che lasciano l’amaro in bocca. Che danno anche un po’ fastidio‚ per esempio. I lavori di Paolo Chiarloni ci attraggono per la loro immediatezza‚ per la varietà del cromatismo; sono opere che parlano di quello di cui sono fatte e di quello che raffigurano‚ niente di più.

Micro−racconti che si possono appendere al muro‚ un po’ vignette sarcastiche‚ imperniate sul momento ludico‚ elemento la cui riscoperta può restituire all’arte un valore nuovo di fruibilità e di accessibilità alla dimensione quotidiana. In mezzo a tanta arte impegnata‚ arte impegnativa –per chi la fa‚ per chi la guarda!− tra concetti talmente astrusi da perdersi‚ ogni tanto l’arte ha bisogno di un rifugio‚ un satellite di rifocillamento per la vista‚ per la mente.

Il progetto di Paolo Chiarloni‚ può ascriversi a questo versante: un tuffo nell’immaginazione‚ un gioco di rimandi eccentrici‚ grotteschi ma in fondo solo un gioco. Se è vero che la stagione “trasgressiva” dell’arte è ormai demodè allora possiamo avvicinarci al lavoro di questo artista godendoci la dialettica narrativa di cui è intriso e lasciandoci portare dallo spirito vagamente “regressivo” con cui l’artista stesso si confronta.

Tanto per cominciare vale la pena di affrontare un’analisi delle scelte formali. Lo sfondo occupa‚ nelle opere di Chiarloni‚ almeno il cinquanta per cento della superficie pittorica; esso costituisce la base neutra su cui si adagiano figure satelliti‚ un po’ fluttuanti‚ e in virtù della sua funzione neutrale rispetto alla composizione riveste un ruolo interessante riguardo alla percezione spaziale. Fa parte del percorso di crescita dell’artista la scelta di appiattire progressivamente lo sfondo‚ fino a renderlo monocromo e uniforme. A partire dagli sfondi in foglia d’oro‚ che hanno caratterizzato i lavori passati e in cui esisteva la volontà di rendere in qualche modo la tridimensionalità –o almeno di giocare con il riflesso‚ che aveva la funzione di arricchire la composizione− adesso sembra quasi che al termine dell’elaborazione del soggetto lo spazio “avanzato” sulla tela debba essere trattato come si faceva per i ritratti dell’ancient régime: un fondale privo di elementi pittorici‚ scuro e uniforme avrebbe aiutato a concentrare l’attenzione sul soggetto‚ insomma lo sfondo costituiva un di più. Ma in realtà‚ volendo capovolgere la funzione‚ su questi fondali monocromi e compatti sembra quasi che le figure si collochino come “sagome in negativo”.

Il fatto che l’artista ricorra ad una tecnica diversa per la stesura del colore ad olio‚ a seconda che si tratti dello sfondo o del soggetto‚ contribuisce a creare già a livello materico e compositivo lo stridore che rintracceremo anche nell’elaborazione concettuale. Lo sfondo monocromo‚ infatti‚ a stesura spessa‚ è caratterizzato da una lieve increspatura a buccia d’arancia‚ mentre i soggetti sono dipinti per velature; il modellato e la resa dei volumi attribuiscono alle figure una consistenza lucida che si contrappone all’opacità dello sfondo. Il conflitto provocato da questa contrapposizione crea l’effetto di un lavoro “a levare”; cioè i soggetti dipinti sembrano preesistenti allo sfondo‚ quasi si trattasse di affreschi celati sotto un intonaco.

Per quanto riguarda le figure‚ la fonte d’ispirazione è tratta da immagini scaricate da internet o prese da giornali‚ che Chiarloni abbina secondo criteri fantasiosi‚ o per ricalcare ironicamente avvenimenti di cronaca e politica.

Il lavoro di estrapolazione dei soggetti dal loro contesto originale per ricollocarli nello spazio nuovo della tela può fare pensare al collage; viene così a crearsi l’antinomia tra la zona “dipinta” e quella “colorata”. Oltretutto l’idea di relativa estraneità dei soggetti rispetto allo sfondo è accentuata dalla mancanza di un piano d’appoggio; le parti “dipinte”‚ come appiccicate sullo sfondo o da esso emergenti‚ non provocano ombre sul piano che le ospita‚ spesso sono anche disposte su piani immaginari diversi e secondo lo stesso principio vengono rappresentate in relazione proporzionale diversa. Un cane da compagnia grande come una bambina‚ un busto d’ uomo dentro un frullatore.

Il gioco sulle “sproporzioni” costituisce forse l’espediente comunicativo più efficace; attraverso lo sfalsamento dimensionale‚ la percezione visiva risulta aberrata e crea una serie di rimandi concettuali. La scelta di abbinare soggetti che in natura risultano discriminati da canoni dimensionali definiti‚ abbattendone la logica proporzionale‚ permette l’accesso a un gioco basato sui simboli‚ in cui tra l’altro‚ non è necessario che il soggetto venga raffigurato intero. Spesso basta solo il volto‚ altre volte è un particolare‚ insomma pochi riferimenti simbolici per creare un’idea precisa. Come nel caso dell’afgano Massuhd‚ il cui volto troneggia su una vecchia locomotiva‚ o di Luca Coscioni‚ che sembra quasi tenere al guinzaglio la testa di un chirurgo.

Attraverso un’analisi critica‚ nel progetto di Chiarloni è possibile rintracciare alcuni ingredienti cui l’estetica moderna e contemporanea ha fatto riferimento riguardo all’interesse per la dimensione infantile nell’arte. L’essenzialità delle rappresentazioni funge di per sé stessa da vettore per la linearità del percorso narrativo cui abbiamo accennato; in fondo‚ le associazioni mentali bizzarre‚ i rimandi “allegorici” non sono che stimoli attraverso cui l’artista induce‚ in qualche modo‚ lo spettatore a compiere un gioco di attribuzione concettuale ed è egli stesso che gioca‚ facendo ricorso ad un gusto surreale‚ con l’apparente casualità degli accostamenti messi in scena nei suoi lavori.

Il gioco si innesca nel punto di oscillazione tra il momento in cui il pensiero scaturisce puro dalla mente‚ esattamente come accadrebbe nella fantasia di un bambino e l’elaborazione che ne farà l’adulto‚ caricandolo con una nota sarcastica‚ come accade nei dipinti che ripropongono soggetti celebri.

I ritratti che Chiarloni fa di personaggi conosciuti‚ come nel caso di Madre Teresa di Calcutta fungono proprio da valvola di sfogo‚ sono un’ eccentrica provocazione‚ senza doppi fini‚ e il bambino che poco più sopra fa le boccacce è il simbolo dell’infanzia canzonatoria... e forse dell’artista stesso. Ma non è piuttosto divertente vedere il mostro di Alien armeggiare dentro una cinquecento? O domandarsi cosa ci fa una donna africana in abiti tradizionali con un prosciutto in braccio? Eppure anche quando l’artista si rifà a fatti d’attualità il simbolismo è come pervaso di un innocente infantilismo che ci dissuade dall’idea che quello che stiamo guardando possa contenere un messaggio di polemica o ancor meno di denuncia. è attraverso questi espedienti compositivi e cognitivi che il percorso comunicativo si articola come una sorta di racconto‚ basato quasi sempre sull’interazione di due soggetti. Il momento narrativo si realizza proprio nella distanza esistente tra gli elementi messi in relazione e su tutte le derivazioni metaforiche cui essi possono dare luogo.

Per alcuni di questi lavori esiste‚ infatti‚ un margine di interpretazione molto ampio‚ in maniera coerente con la linea creativa impiegata dall’artista‚ che si basa sulla libertà d’elaborazione sia da parte dell’artista che in chi guarda. La funzione ludica liberatoria rappresenta infatti un altro step dell’indagine sull’approccio infantile nell’arte‚ ascrivibile ad un filone critico che ha avuto un discreto spazio nell’arte dell’ultimo secolo.

La tela può diventare una pagina di fumetto‚ una tavola illustrata che racchiude l’inizio e la fine del percorso cognitivo immaginativo; e nella distanza‚ dicevamo‚ si realizza la componente onirica: nell’incoerenza che domina i rapporti proporzionali‚ nell’incongruità che lega e divide al tempo stesso gli oggetti messi in relazione‚ si estrinseca la narrazione‚ tutta volta a creare riferimenti che oscillano tra un gioco di allusioni maliziose e il percorso eccentrico−grottesco. La nota di fastidio che possiamo rintracciare in questo percorso è forse da ricondurre alla difficoltà‚ per chi guarda‚ a lasciarsi trasportare all’interno dello slancio liberatorio. Non a caso esistono diversi fattori inquietanti a cui è possibile riferire l’atto creativo puerile.

Al limite della caricatura‚ dominato dalla forzatura‚ dall’esagerazione‚ il progetto di Paolo Chiarloni ci mette a confronto con una varietà di mondi interiori culturalmente repressi in cui ognuno di noi troverà il suo limite di censura; e così lui ci racconta di quanto ci piacerebbe vedere un poliziotto in tenuta anti−sommossa in groppa ad una docile mucca anziché ad un cavallo furente‚ di come un astronauta con la gamba di legno possa rappresentare il degno sostituto moderno di Capitan Uncino e‚ come farebbe un bambino‚ gioca con l’istinto erotico non−represso nel ritratto della donna impegnata in giochi erotici con un cane...

Elena Ientile

Vista con studio

Nel cuore del centro storico a Torino‚ in via Carlo Alberto‚ arrampicato sulle scale di un nobile palazzo con la facciata rifatta ma con un interno umido‚ vissuto‚ un po’ fatiscente. Qui sta lo studio di Paolo Chiarloni‚ un giovane pittore che ho conosciuto di recente e che mi incuriosisce.
Questo studio è anche un appartamento: qui vive e lavora‚ sovrapponendo disordinatamente tele vecchie e tele nuove‚ libri‚ appunti‚ alle cose di tutti i giorni‚ che gli servono per la sua quotidianità. Si dice che lo studio sia il volto dell’artista‚ che il modo di occupare fisicamente uno spazio si rifletta su ciò che poi si vedrà nelle opere: non so se questo sia vero fino in fondo‚ certo è che una simile tipologia‚ in un momento in cui molti inseguono spazi industriali in periferia o il più comune cubo bianco‚ stimola osservazioni lontane‚ se mi si passa il termine a volte penso alla parola “bohemien” ma senza alcuna ricercatezza snobistica‚ penso ad un’aria decadente‚ ma sincera‚ a quello spirito misterioso così presente nella mia città che non accenna a scomparire e ritorna negli anni‚ inquietante e leggero‚ nonostante tutto.
Paolo Chiarloni è un pittore avulso alle frequentazioni accademiche e il suo modo è frutto piuttosto di una ricerca “en solitaire”‚ di una meditazione personale attraverso sensazioni e idee che gli arrivano soprattutto dall’esperienza visiva diretta.
I suoi nuovi quadri‚ quelli che oggi ne segnano il debutto‚ sono forme paesaggistiche “ideali”‚ cui non interessa‚ né vi si puo’ rintracciare‚ il dato di realtà.
Paesaggi diurni e notturni popolati da strane presenze organiche‚ di non precisata origine‚ che hanno dell’uomo e dell’animale‚ del simbolo e della raffigurazione: ci vedo echi del Max Ernst più magico e surreale che‚ mi ricordo‚ affascinava la mia curiosità da ragazzo‚ e soprattutto ci vedo le Amalassunte di Osvaldo Licini‚ quelle straordinarie figure enigmatiche nell’ultimo periodo del pittore marchigiano dopo il suo distacco dall’astrazione‚ figure incredibilmente in anticipo sui tempi‚ avvolte nel mistero‚ indecifrabili‚ seduttive e lunari. E sorprende rintracciare echi così particolari in un giovane pittore appena trentenne‚ fuori dalle mode del momento‚ lontano dalla ricerca di freddezza così contemporanea: questo mi piace‚ tentare una strada meno battuta senza autocompiacersene‚ segna di una curiosità e di una vivacità intellettuale da seguire.

In verità Chiarloni è affascinato soprattutto dal viaggio‚ spostamento fisico e mentale‚ dall’andare verso Oriente in cerca di stimoli non solo per la propria arte ma anche di nuove aperture per la mente. Osservando con attenzione i quadri ritroveremo una gran quantità di motivi che “citano” l’Oriente‚ ma sempre di sfuggita‚ senza diventare pittura didascalica o illustrativa: montagne dalla forma appuntita‚ case col tetto a cono‚ uno strano bestiario di animali fantastici che uniscono i loro caratteri a quelli degli umani‚ e poi gli animali sacri‚ le figure divine e mitologiche‚ e quindi le gamme cromatiche‚ sia quelle arse dal sole dai toni gialli e rossi molto carichi e accesi‚ sia quelle immerse nel blu‚ un blu lunare e malinconico‚ opalescente‚ raffreddato. Sono Paesaggi di giorno e paesaggi di notte‚ dominati volta a volta dal sole o dalla luna‚ i due assi spazio−temporali attorno a cui si snoda la sua attuale ricerca figurativa.
Ho dunque buone aspettative per la pittura di Paolo Chiarloni‚ che contiene anche qualcosa di liberatorio e misteriosamente terapeutico. Perchè si sa che l’arte non risolve nulla‚ ma almeno aiuta a vivere meglio. E che questo augurio lo accompagni nei prossimi viaggi‚ nelle altre avventure del colore.

Luca Beatrice

Pittura

La materia pittorica ora si addensa opaca e corposa nelle terre e acrilico‚ ora si illumina ferma‚ poi muove fluente nell’olio; i colori si accendono nel primo piano contro sfondi ampi spesso scuri variati di luci.
Sogni‚ viaggi‚ letture‚ pensieri prendono forma e si muovono sulla superficie della tela in composizioni ben calibrate.

Adelina Albert

La mostra

Paolo Chiarloni guarda e sogna‚ viaggiando con lo sguardo e con la mente.
Ne nasce un mondo pittorico che evoca una Terra mitologica al crepuscolo della vita‚ milioni di anni fa. Deserti luminosi‚ mari oscuri‚ fuochi‚ albe‚ soli lontani‚ sagome di montagna‚ pagode. In un naturalismo naif sovvertito da un cromatismo cupo e acceso‚ che visualizza orizzonti di un suo spazio interiore magico e simbolico. Sono paesaggi abitati da strane creature‚ animali di un bestiario personale e fantastico‚ totem sacri che si stagliano silenti.
Paolo Chiarloni‚ giovane artista torinese che inaugura oggi alle 18 la sua prima personale a cura di Luca Beatrice‚ dà forma a una dimensione enigmatica e misteriosa‚ dove sfondi e personaggi evocano atmosfere arcane. Una pittura dal tratto misterico in cui si fondono contaminazioni biografiche‚ paesi lontani e tanta fantasia creativa di una sensibilità attenta.
Dice Paolo: “Assemblo spunti e stimoli in metafore che immagino quotidianamente”.

Olga Gambari